Le nostre aziende in mani straniere Linda Gilli: «Si rischia di perdere il capitale umano di chi le ha costruite»

24 ottobre 2012

«Non è sempre vero che nelle operazioni finanziarie straordinarie chi acquisisce, ossia il soggetto che si ritiene più forte, può considerarsi vincitore. Anzi, il più delle volte è proprio il contrario». Così Linda Gilli, presidente e amministratore unico di Inaz in merito al dibattito aperto in materia di M&A, ossia i processi di acquisizioni e fusioni internazionali. L’Italia, anche in questo ambito, è fanalino di coda sia nell’Europa a 27 sia nel panorama mondo. Lo stato di salute della situazione è stato fotografato dal recente convegno M&A: strumento di crescita in tempi di crisi? che si è svolto all’Università Bocconi di Milano proprio sul ruolo delle fusioni internazionali quale strumento di crescita in tempi di crisi. Al convegno ha preso parte anche Linda Gilli che ha fatto focus sulla necessità delle aziende italiane (parliamo di quelle quotate in Borsa) di ottimizzare i processi relativi alle risorse umane: «Nelle operazioni di finanza straordinaria -precisa Linda Gilli- è necessario, anzi fondamentale, avere una conoscenza molto più approfondita delle proprie risorse interne. Oggi le aziende italiane, ma non solo loro, si accontentano di avere nei propri data base le informazioni meramente professionali dei propri dipendenti. Nessuno pensa mai ad altri aspetti che sono alla base, in questi processi così delicati, di una fusione ottimale. Sapere ad esempio quali competenze e interessi hanno i propri dipendenti, anche al di fuori dell’ambito lavorativo, è utile all’azienda per pianificare strategie future. Conoscere quali passioni li accomunano e li entusiasmano, non solamente qui e ora, ma nel tempo, corrisponde a una serie di informazioni necessarie perché l’acquisizione sia una vera e propria operazione redditizia. Perché, e questo è il rischio in cui incorrono le aziende che operano in operazioni di finanza straordinaria, chi pensa a una fusione credendo di inglobare un’attività redditizia, rischia di ottenere l’esatto contrario perché le eccellenze professionali presenti nell’azienda inglobata rischiano di essere perse per strada». Ma perché, soprattutto in Italia, questo tipo di valutazione non si fa quasi mai e le nostre aziende, piuttosto che acquisire in maniera oculata, vengono fagocitate dai competitor stranieri? «Perché noi scontiamo anche il fatto che in Italia nessun Governo, negli ultimi 15, 20 anni ha mai investito nel settore IT che, oggi, rappresenta il quarto comparto italiano per volume d’affari. Siamo indietro, e parecchio, rispetto sia alla media UE a 27 sia al resto del mondo. Eppure le soluzioni ci sono, ma sono di difficile applicazione proprio per una mancanza strutturale del Paese».

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